La crisi di Bernal e dei colombiani

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14
Sep
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Cosa è cambiato durante il lockdown. Al Tour si salvano solo Lopez e Uran

Se il Tour non fosse bello e crudele dovremmo stupirci di ciò che abbiamo visto. Però lo sappiamo, questa corsa è affascinante in maniera tremenda anche perché ama giocare con il destino

Allora succede che la Colombia, patria di fenomeni, vada in crisi sul Grand Colombier: da non credere. Proprio sulla salita che richiama per nome al Paese degli scalatori, il più forte tra loro - almeno sulla carta - crolla. 

Egan Bernal, il campione in carica, il ragazzo che aveva stupito il mondo poco più di un anno fa, adesso fatica, scuote la testa, arranca. Non serve nemmeno l’attacco diretto di uno dei capitani, una progressione di Primoz Roglic, o l’attacco dell’arrembante Tadej Pogacar; basta il ritmo regolare di Van Aert, forte sì, ma certo non uno scalatore, per mandare i crisi l’uomo di punta del Team Ineos Grenadier e il nuovo simbolo colombiano. 

Di crisi si tratta perché mentre gli altri big procedono decisi fino al traguardo, lui “non va”, come direbbe l’immenso telecronista calcistico Sandro Piccinini. Bernal prova, ma non va e alla fine arriva a 7’20’’ dal vincitore, Pogacar.

I segnali c’erano stati a dire il vero, noi avevamo provato a interpretarli, ma in fondo speravamo di sbagliarci; abbiamo tutti sperato di cadere in errore, per il bene del Tour e dello spettacolo. Invece no, i colombiani si spengono sul Grand Colombier. Egan non è solo, almeno all’inizio della sua crisi; insieme a lui c’è anche Nairo Quintana, con una pedalata pesante fin dai primi chilometri dell’ultima ascesa. Difficoltà che si trovano nella testa e nelle gambe di un corridore che in questa stagione ha cambiato squadra proprio per ritrovare serenità e brillantezza. Anche Nairo deve arrendersi allo stato delle cose, i tempi migliori sembrano lontani e quando la strada sale si deve spesso difendere: un controsenso per uno scalatore puro come lui.

Che la giornata non sia delle migliori per i colombiani si capisce già dai primi chilometri della quindicesima tappa, quando il campione nazionale Sergio Higuita viene scaraventato a terra da una manovra avventata di Bob Jungels. Risultato: il corridore della EF è costretto al ritiro e completa così un Tour già da dimenticare. 

A tenere alto l’onore del paese restano Miguel Angel Lopez e Rigoberto Uran, ora 3° e 4° in classifica generale, ma è troppo poco rispetto a ciò che ci si poteva attendere.

E’ successo qualcosa a questi colombiani che prima del lockdown volavano e dopo sono andati a sprazzi. Prendiamo Daniel Martinez ad esempio, che prima vince il Giro del Delfinato e poi al Tour va subito fuori classifica, rimediando parzialmente con una bella vittoria di tappa.

Sia lui che Higuita sono caduti, è vero, ma fa specie pensare come a inizio stagione entrambi dominassero al Giro della Colombia, in patria (il terzo in classifica era stato proprio Bernal) e adesso non riescano, per ragioni differenti, a recitare il ruolo di protagonisti. 

Provando a fare un’analisi basata sui fatti, potremmo pensare che i colombiani siano quelli che hanno sofferto maggiormente il periodo di blocco. I rulli, la preparazione sballata, il volo speciale concesso dal governo per venire a correre in Europa; tutti elementi che hanno destabilizzato gli scalatori sudamericani fisicamente e mentalmente.

Durante la quarantena li abbiamo osservati in allenamento tramite i loro post sui social, cercando di carpirne i segreti, per quanto possibile. Abbiamo imparato a conoscere le tremende sessioni di Bernal come “Apocalipsis”, ma adesso abbiamo visto che anche l’allenamento più duro, a volte, non basta e che il destino, beffardo, possa regalare ben altre forme di Apocalisse.

Ora che lo vediamo salire con la lingua di fuori, scuotendo la testa, capiamo come il Tour de France sia bello, crudele e non faccia sconti a nessuno: neppure ai fenomeni.