L’australiano corona il sogno di una vita centrando il podio al Tour
Potremmo ribattezzare Richie porte come il più atteso tra quelli che non sono arrivati mai. L’unica eccezione è il Tour Down Under, dove il tasmaniano di solito vola, forse perché l’aria di casa gli fa bene. Ora che celebra a trentacinque anni il suo terzo posto e il primo podio al Tour, Richie dice di sentirsi sulla luna, ma forse non ha bisogno di andare tanto lontano, vanno bene anche gli Champs Elysées.
Richie Porte: in italiano cambiando l’iniziale diventerebbe “Forte” e in effetti è così. Nel corso della sua lunga carriera avrebbe potuto andare non solo sulla luna, ma anche su Marte e invece per anni è stato in coda al gruppo a prendere borracce per portarle a qualche capitano, ne ha avuti tanti e diversi: una volta era Contador, un’altra Wiggins, un’altra ancora Froome. Alla Sky ha vinto tre Tour in quattro anni per interposta persona, il ciclismo la parola ce l’ha, e quella parola è gregario.
Porte l’ha fatto per giorni e giorni, nonostante sia stato il più fenomenale vincitore di corse a tappe lunghe una settimana. Ha vinto due volte la Parigi-Nizza, il Giro della Catalogna e dell’Algarve, due volte il Tour Down Under di casa sua. Ha vinto il Romandia con cui ci si prepara al Giro d’Italia e il Giro di Svizzera con cui ci si prepara al Tour, solo che per la rosa e per la gialla c’era poi un don Chisciotte di cui essere Sancho Panza. Ha scritto Cycling Tips che “la carriera di Porte è stata a lungo segnata dal senso di un potenziale inespresso”. Poi quando ha avuto l’occasione, Richie è inciampato; al Tour 2014, divenne capitano dopo la caduta di Froome; sembrò per qualche tappa l’anti-Nibali, finché non prese nove minuti. Al Giro del 2015 era terzo e perse tre minuti per una foratura a 6 km dalla fine della decima tappa, mentre il gruppo accelerava. Arrivò con una cinquantina di secondi di ritardo ma la giuria gli aggiunse sulle spalle altri due minuti per essersi fatto dare la ruota anteriore da Simon Clarke, australiano come lui, ma non un compagno di squadra, un avversario, e non si può. È che i gregari credono alle belle storie, i giudici devono credere alle regole.
L’anno dopo perse due minuti al Tour per un incidente meccanico, altrimenti sarebbe arrivato secondo e non quinto. E allora qui l’iniziale cambia e il nome diventa “Sorte”, non buona però. La mala-Porte l’ha beccato pure al Tour di tre anni fa, sotto forma di una caduta lungo la discesa del Mont du Chat, bacino e clavicola fratturati. Era a 30 secondi in classifica dalla maglia gialla. Un’altra clavicola l’ha lasciata per strada sullo sterrato del Tour 2018. Eppure stavolta è terzo, forse all’ultima occasione, Richie ce l’ha fatta; ha dimostrato a tutti, ma soprattutto a sé stesso di essere “Forte”.
Dice che quando si ritirerà, appenderà al muro la foto tradizionale del podio con l’Arco di Trionfo sullo sfondo. Non sa ancora se farlo subito o accettare un’offerta per tornare a correre da gregario, “non voglio più essere così stressato, mi piacerebbe aiutare corridori più giovani, sono vecchietto, questi non hanno paura di niente”. Il 4 settembre gli è nata la seconda figlia Eloise, mentre lui era in bici verso Lavaur. Adesso sì che Richie ha tanti motivi per sentirsi sulla luna.






