Un'icona moderna della corsa rosa sta per tornare: dopo sei anni di assenza, il Monte Zoncolan sarà protagonista del Giro d'Italia 2027. Il bruto delle Alpi Carniche, una delle salite più temute d'Italia, vivrà la sua ottava apparizione al Giro maschile e andrà in scena come gran finale della corsa per la maglia rosa, nella tappa 20.
Si salirà dal versante tradizionale di Ovaro, in Friuli-Venezia Giulia, a circa 120 km a nord-ovest di Trieste, dove prenderà il via il 110° Giro. Il numero da segnarsi è questo: 10,1 km con una pendenza media dell'11,9%, una delle salite più feroci del ciclismo a doppia cifra.
Ma la media inganna. Il vero incubo è nascosto sotto il profilo sulla carta: i tratti più duri superano il 20% e possono far sembrare normali anche i migliori scalatori del mondo, impegnati solo a sopravvivere mentre i metri salgono fino ai 1.750 m della vetta.
Come si sale: il racconto chilometro per chilometro
Dopo un primo, già indigesto tratto di 1,65 km al 9,1%, il gruppo si illude con un breve falso piano tra Liariis Piazza e l'imbocco della Strada Zoncolan. Ma tutti sanno che il peggio deve ancora arrivare, e quella tregua serve solo a introdurre il settore più duro.
I 4 km successivi si affrontano a una media da brividi del 15,3%, con strappi oltre il 22%. Qui il gruppo si sgrana a ritmo vertiginoso: chi non regge il passo deve lottare per mantenere cadenza e posizione. Anche subito dopo il paese di Liariis nessuno può dirsi al sicuro, perché i 3 km seguenti restano al 13,9% di media. Gli ultimi 2 km, con le gambe ormai vuote e urlanti, hanno pendenze del 7,1% e dell'8,9%.
Il finale passa attraverso le gallerie dell'ultimo chilometro, dopo strade strette, esposte e spesso innevate a maggio sopra la valle del Gorto. L'avvicinamento è quasi completamente pianeggiante per 120 km, poi due salite di riscaldamento: il Passo Duron e la Sella Valcalda. Ai lati, folle oceaniche spingeranno i big della classifica e aiuteranno chi è nel gruppetto a sopravvivere. La salita contende il titolo di ascesa più dura del ciclismo professionistico all'Alto de l'Angliru e al Passo del Mortirolo, che nel Giro 2027 i corridori avranno già scalato due volte nella stessa giornata, alla tappa 16.
Perché è una tappa chiave
Chi sarà in rosa prima dello Zoncolan spererà di avere un vantaggio ormai irraggiungibile, ma gli organizzatori di RCS hanno lasciato la porta aperta al colpo di scena: una giornata storta potrebbe causare un crollo totale. Alla fine dei 10,1 km della tappa 20 sarà chiaro chi vestirà la maglia rosa a Roma il giorno dopo.
Per chi gioca al fantaciclismo, l'indicazione è netta: la tappa 20 può ribaltare tutto. Con la corsa già segnata da giornate di montagna durissime, servono scalatori puri e in condizione fino all'ultimo giorno, perché sulle rampe oltre il 20% la gamba conta più della tattica. Vale però anche la lezione della storia: sullo Zoncolan hanno vinto anche uomini di fuga, come Michael Rogers nel 2014 e Lorenzo Fortunato nel 2021. Occhio anche ai corridori fuori classifica, che nell'ultima settimana possono avere più libertà.
La storia: un'icona moderna scritta a colpi di drammi
Senza la lunga storia di altre leggende del Giro come lo Stelvio o il Blockhaus, lo Zoncolan si è costruito la fama di icona moderna. Nell'albo d'oro maschile compaiono Gilberto Simoni (due volte, nel 2003 e nel 2007), Ivan Basso (2010), Igor Anton (2011), Michael Rogers (2014), Chris Froome (2018) e, più di recente, Lorenzo Fortunato (2021).
La prima volta al Giro fu in realtà quella delle donne, nella decima tappa del 1997, vinta da Fabiana Luperini. La leggenda del Giro d'Italia Femminile, detentrice del maggior numero di titoli, ammise di aver avuto «molta paura di una salita come lo Zoncolan», ma vincere lassù fu per lei motivo di grande orgoglio e la lanciò verso il terzo dei suoi cinque successi finali.
Sei anni dopo toccò agli uomini, e a trionfare fu Gilberto Simoni, in marcia verso la sua seconda maglia rosa nel 2003. In entrambe le occasioni si salì dal versante più dolce e regolare, quello di Sutrio. Da lì il Giro è passato anche nel 2021, quando Fortunato centrò una vittoria sorprendente in fuga, tra nebbia e freddo, mentre Egan Bernal allungava in classifica. Quel giorno Bernal ha battuto il record di Simoni sul versante di Sutrio per oltre un minuto, ma per il 2027 conta il lato di Ovaro, dove il primato resta ancora all'azzurro.
Quattro anni dopo il debutto, nel 2007, gli organizzatori introdussero la salita più ripida e oggi più tradizionale, ma a emergere fu ancora Simoni. A 35 anni, quarto in classifica, con il compagno Leonardo Piepoli e con Andy Schleck aveva ancora la forza di staccare la maglia rosa Danilo Di Luca sulle rampe più dure. Simoni e Piepoli, compagni alla Saunier Duval, tagliarono il traguardo insieme e ancora oggi detengono il record da Ovaro: 39:03.
Il profilo del 2027 ricorda quello del 2010, quando Ivan Basso staccò tutti e rifilò più di un minuto al campione del mondo Cadel Evans. Partito a 7:43 dalla vetta, Basso recuperò 3:50 su David Arroyo, un guadagno fondamentale per la rimonta in classifica. Quattro giorni dopo completò l'inseguimento alla rosa sul Mortirolo, lasciandosi alle spalle Arroyo insieme ai compagni Vincenzo Nibali e Michele Scarponi sulla strada verso Aprica.
Nel 2011 la tappa fu segnata da polemiche e accorciata: alla vigilia, tra la delusione dei tifosi, fu annunciata la rimozione della durissima salita del Monte Crostis. Fu inserita la Tualis, ma il percorso venne poi deviato per evitare il paese in cui i volontari protestavano contro la decisione dei giudici. Anton vinse in solitaria attaccando sulle pendenze più dure, ma la sfida più importante si giocava una trentina di secondi più indietro, tra Alberto Contador e il beniamino di casa Vincenzo Nibali. Contador, fischiato dai tifosi che lo accusavano di avere un ruolo nell'eliminazione del Crostis, restò a ruota di Nibali e lo staccò negli ultimi 500 metri: una mossa che Nibali definì «una mancanza di rispetto». Nessuno dei due vinse poi quel Giro: Contador fu squalificato per doping nel febbraio 2012 e il titolo andò a Michele Scarponi.
Quando lo Zoncolan tornò, nel 2014, a prendersi la tappa fu ancora la fuga, non i big, e anche stavolta non mancò la polemica. Sulla carta Michael Rogers staccò i resti del gruppo dei 20 fuggitivi iniziali, ma in realtà fu impegnato fino a 3 km dall'arrivo in un duello serrato con Francesco Manuel Bongiorno. Mentre Rogers toglieva più volte le mani dal manubrio per farsi largo tra migliaia di tifosi scatenati, fu l'italiano a pagare l'entusiasmo di un sostenitore: un tifoso con la maglia iridata cercò di spingerlo, il corridore della Bardiani sganciò il piede dal pedale e dovette fermarsi, mentre Rogers volava verso la vittoria. A quel punto Nairo Quintana aveva già in mano la classifica e difese la maglia sulle rampe dello Zoncolan, diventando il primo colombiano a vincere il Giro d'Italia e il primo sudamericano a imporsi in un grande giro dai tempi di Luis Herrera alla Vuelta 1987.
L'ultima scalata da Ovaro è quella del Giro 2018. Chris Froome attaccò a 4,3 km dalla vetta e resistette al ritorno finale della maglia rosa Simon Yates negli ultimi metri. Dopo un avvio lento di Giro, Froome partiva dalla 12ª posizione e salì al quinto posto, una sorta di premio di consolazione per il quattro volte vincitore del Tour de France. Ma il meglio doveva ancora venire: quattro tappe dopo, sul Colle delle Finestre, Yates crollò e l'attacco di Froome da 80 km lo portò in rosa all'ultimo respiro con la seconda vittoria di tappa.
Nello stesso anno, Annemiek van Vleuten divenne la prima e finora unica donna a vincere una corsa professionistica sullo Zoncolan dal versante di Ovaro. Davanti ad Ashleigh Moolman-Pasio, l'olandese conquistò la vetta con una vittoria solitaria e dominante, primo passo verso il primo dei suoi quattro Giri in rosa.
Chi si aggiungerà all'albo d'oro nel 2027, e quali drammi regaleranno le rampe brutali dello Zoncolan? Bisognerà aspettare la tappa 20, a maggio. Se la storia insegna qualcosa, l'icona moderna del Giro d'Italia è pronta a scrivere il suo prossimo capitolo.