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Chris Froome: "Oggi sarei appena nella top 20"
Interviste

Chris Froome: "Oggi sarei appena nella top 20"

In un'intervista esclusiva, il quattro volte vincitore del Tour de France si racconta tra ammirazione per il fenomeno sloveno, i traumi fisici e mentali post-incidente, e il ricordo del giorno perfetto sul Colle delle Finestre

Chris Froome: "Oggi sarei appena nella top 20"
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Redazione
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È passato solo un anno dal ritiro di Chris Froome, eppure sembra un'eternità da quando l'ex fuoriclasse britannico dominava le corse a tappe. Otto vittorie in Grandi Giri tra il 2011 e il 2018, tre Delfinati e due Romandie: per un intero decennio, Froome è stato semplicemente il miglior corridore a tappe del pianeta. Ma dal suo passaggio a Israel-Premier Tech nel 2021, il silenzio è calato sul quattro volte vincitore del Tour, complice anche il grave incidente del 2025 che ha anticipato la fine della sua carriera.


"Il tuo obiettivo assoluto è portare i tuoi avversari a pensare che stiano correndo solo per il secondo posto", racconta Froome parlando di Tadej Pogačar, il suo erede naturale nell'immaginario del ciclismo moderno. Un paragone che l'ex corridore accetta con cautela: la capacità di Pogačar di dominare sia le Grandi Corse a tappe che le Classiche rappresenta un unicum.

"Quello che sta facendo è a dir poco fenomenale, solo ammirazione e rispetto", afferma Froome. "Non sta riscrivendo la storia, sta scrivendo la propria storia nello sport. Quando il livello è già così alto e i margini tra tutti gli altri sono così sottili, lui riesce a essere testa e spalle sopra tutti".

Froome si sofferma particolarmente sull'attacco di Pogačar sul Tourmalet alla tappa 6 del Tour de France di quest'anno, quando lo sloveno inflisse quasi tre minuti a Vingegaard. "Avevo enorme rispetto per quella mossa, è esattamente quello che avrei cercato di fare io. Prima tappa di montagna, stabilisci la legge, spazzali via, e mentalmente hai già vinto la corsa."


Con un sorriso amaro, Froome ammette con sincerità disarmante dove si collocherebbe oggi: "Non c'è dubbio, probabilmente sarei appena dentro la top 20 nella corsa attuale, anche se sono passati solo sei, sette anni da quando vincevo." Le ragioni? Pneumatici, bici e aerodinamica migliorati, ma soprattutto l'alimentazione: "Quando vincevo il Tour de France probabilmente assumevamo non più di 40-50 grammi di carboidrati all'ora, ora si superano i 100, 150 grammi nelle grandi tappe. Non stiamo parlando di un aumento del 20-30%, ma di un incremento del 300%." Un dato che spiega perfettamente perché i ritmi moderni sulle salite siano diventati insostenibili per gli standard di un tempo.


Il discorso si sposta poi sugli incidenti, tema delicato dopo la caduta di Pogačar alla tappa 8 della Vuelta a España che gli è costata il resto della stagione. Froome, che ha vissuto due gravissimi incidenti nella sua carriera - quello del 2019 al Delfinato e quello del 2025 che ha chiuso definitivamente la sua carriera - offre una prospettiva unica: "Penso sia molto personale. Per fortuna sua, non è stato un suo errore, è stato uno di quegli incidenti sfortunati, quindi non immagino ci sia ragione per cui debba avere paura dopo questo. Alcuni ragazzi invece, basta che vedano qualcun altro cadere e avranno paura per mesi."

Froome rivela un dettaglio curioso sul proprio recupero: "Sono stato incredibilmente fortunato che dopo il mio incidente del 2019, quando mi ruppi la gamba in due punti, non ho avuto quella paura. Ma non ricordo nemmeno l'incidente, è stato semplicemente cancellato dalla mia memoria." Un fattore psicologico che probabilmente ha contribuito al suo tentativo, seppur fallito, di tornare ai vertici.


Quel crash del giugno 2019 segnò di fatto la fine della carriera vincente di Froome. Tornò alle corse l'anno seguente ma senza più agganciare nemmeno una top 10 nel 2020, ultima stagione con quello che allora si chiamava Ineos Grenadiers. Il passaggio a Israel-Premier Tech non portò risultati migliori, eccezion fatta per il terzo posto all'Alpe d'Huez nel Tour 2022 dietro un immenso Tom Pidcock - un piazzamento che Froome considera alla stregua di una vittoria.

"Mi sentivo così fortunato a poter tornare nello sport che amavo. Sono entrato nel ciclismo abbastanza tardi e mi ero posto l'obiettivo di correre fino ai 40 anni, e non credo che nessuno capisse perché, a 36 anni, dopo un grave incidente, volessi tornare," racconta con voce più esitante, l'emozione palpabile. "Onestamente sentivo che se non avessi continuato, dando tutto me stesso per vedere se potevo tornare a vincere un quinto Tour de France, avrei probabilmente passato il resto della vita a chiedermelo."

"Ora posso ritirarmi soddisfatto di aver fatto tutto il possibile. Non è più una domanda nella mia mente. E se? E se? E se? Lo so. L'ho fatto. Ho capito che non ero in grado di tornare a quel livello. Che il livello era cambiato." Un'ammissione che chiude simbolicamente un capitolo, pur lasciando intatto il rispetto per un campione che ha saputo rialzarsi e affrontare la propria fine sportiva con dignità.


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Redazione

Giornalista sportivo e appassionato di ciclismo, segue il mondo del professionismo da oltre 10 anni. Collabora con FantaCycling per portarvi le migliori analisi e notizie dal mondo delle due ruote.